Cementificazione disordinata del territorio, un piano da rivedere

By Settembre 03, 2015 977 No comment
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"Per scongiurare il fallimento del Piano degli Interventi, l'assessore alla pianificazione intende agevolare burocraticamente ed economicamente la cementificazione del territorio". Un nuovo commento di Giorgio Massignan, presidente di VeronaPolis.

di Giorgio Massignan

Com'era prevedibile, il Piano degli Interventi, approvato alla fine del 2011, è risultato sovradimensionato e per nulla rispondente alle reali necessità di Verona. L'assessore alla pianificazione lamenta che su 315 schede di norma (i progetti di edificabilità), solo 163 hanno avuto la stipula notarile tra i privati e la Pubblica Amministrazione, venendo così a mancare gran parte dei 140 milioni di euro, da investire in opere pubbliche, derivanti dai contributi dei privati e delle imprese che vogliono costruire.


I risultati hanno chiaramente evidenziato l'errore di approvare nel 2011, in un periodo di grossa crisi economica, che era iniziata già nel 2007, un piano che potenzialmente consuma, in cinque anni, oltre 4 milioni di metri quadrati di residenziale, quasi 2 miliioni e mezzo  di produttivo (quasi l'intera volumetria prevista dal programma decennale del P.A.T.); e il 95% del commerciale, 237.937 mq, a fronte della previsione decennali del PAT di 249.072 mq.


Nella stesura del piano non si è voluto tenere conto che oltre il 20% del patrimonio residenziale era ed è vuoto (oltre 10.000 appartamenti sfitti), e che il saldo demografica risultava negativo. 


Il tentativo dell'assessore di rimediare a questo insuccesso è quello di cercare di realizzare tutti i mc previsti con facilitazioni burocratiche ed economiche alle imprese. Ritengo invece che il P.I., per quanto esposto sopra, sia un piano da cestinare, anche considerando che è stato prodotto dalle richieste interessate degli operatori privati e non da analisi oggettive sui reali bisogni della città.


La cementificazione disordinata del territorio, anche nelle zone ambientalmente più fragili e preziose (Nassar, Parona, Quinzano, Avesa, zone collinari, Santa Maria in Stelle, etc...), potrebbe causare dissesti idrogeologi e certamente impatti paesaggistici che i contributi versati dalle imprese per costruire non potranno mai ammortizzare.


Inoltre, non è neppure vero che l'attività edilizia sia la locomotiva economica che aumenta il PIL e che giustifica la cementificazione del suolo (113 ettari agricoli solo nei primi cinque anni del P.I); infatti, nel quinquennio 1998/2003, l'attività edilizia è cresciuta del 17,6%, mentre il PIL nazionale, nello stesso periodo, è cresciuto solo del 7,2%.


In conclusione, sarebbe corretto rivedere l'intero meccanismo che ha prodotto questo piano, elaborandone uno nuovo e diverso, con meno mc di cemento, più recupero edilizio e territoriale, più servizi e spazi verdi. Soprattutto basato su studi scientifici ed obiettivi e non sugli interessi di pochi operatori interessati.

 

 

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Ultima modifica il Giovedì, 03 Settembre 2015 14:17

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