Est veronese, è allarme per acque cancerogene

|| || ||

Le falde acquifere tra Vicenza e Verona sono inquinate. Lo hanno confermato i principali esperti in materia chiamati a partecipare alla serata pubblica che si è tenuta il 25 febbraio scorso a Cologna Veneta per informare la popolazione su questo grave problema, anche in seguito agli articoli apparsi negli ultimi mesi sulla stampa locale.

In prima linea l'associazione Legambiente, rappresentata da Lorenzo Albi, presidente del circolo locale di Verona, e da Giorgio Zampetti, direttore dell'ufficio scientifico nazionale. Aderente a Legambiente anche il circolo PERLA BLU di Cologna Veneta che ha organizzato la serata.

 

12815002165 2a658b3d5a cDavanti ad una sala gremita da oltre 400 persone, i relatori hanno confermato la gravità e l'ampiezza dell'inquinamento. Una contaminazione in corso da parecchi decenni, come ha confermato il prof. Gianni Tamino, biologo dell'Università di Padova che da almeno 35 anni si occupa di questo caso. A provocarla, secondo il biologo, "non solo le concerie del Chiampo ma anche le tantissime piccole fabbriche che, dal dopoguerra, in mancanza di legislazione in materia scaricavano i propri reflui industriali direttamente nelle acque dei fiumi o nel terreno", ha spiegato Tamino.

 

Cloruri, solfati e cromo sono le sostanze penetrate nel terreno di Arzignano che lentamente sono scese a valle attraverso la falda acquifera, in un'area di ricarica dell'intero sistema idrogeologico della zona e per questo ancora più contaminante. Una situazione di alto rischio non solo per l'acquedotto pubblico ma soprattutto per i pozzi privati.

 

Una grave contaminazione da PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) interessa poi le falde acquifere di Trissino, Sovizzo e Creazzo, fino a nord di Vicenza. Secondo indagini del Ministero dell'Ambiente, la responsabilità sarebbe dell'attività produttiva della ditta Rimar (oggi Miteni), che eseguiva lavorazioni del cloro.

 

Le PFAS - ha spiegato il dott. Vincenzo Cordiano, presidente dell'Associazione ISDE Medici per l'Ambiente di Vicenza - sono state "un miracolo della scienza, utilizzate in una moltitudine di prodotti per la loro capacità di rendere impermeabili all'acqua e al grasso: dalle padelle antiaderenti alle creme solari, dai detersivi ai rivestimenti alimentari. Ma oggi sono riconosciute come sostanze cancerogene, anche dal Ministero dell'Ambiente, che tuttavia non è ancora intervenuto imponendo dei limiti di legge".

 

Perché chi inquina non paga? È la domanda che è risuonata durante la serata, sottolineando le gravi responsabilità politiche e della Regione, rea di "non aver affrontato seriamente il problema in questi anni". Nel frattempo sono stati effettuati solo interventi di contenimento - come l'installazione di un depuratore nella zona di Arzignano o la realizzazione di un "tubo per portare le acque più a sud di Cologna Veneta, saltando così le falde acquifere della zona - per una spesa pubblica di "10 miliardi di lire nel 1985, altri 10-12 miliardi di lire negli anni '90 e ancora 90 milioni di euro a metà degli anni 2000", come ha denunciato Lorenzo Albi, presidente di Legambiente Verona.

 

L'ARPAV (Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto) ha già eseguito 1300 controlli nella zona (assieme alle ULSS e ai Settori Sanità ed Ambiente della Regione Veneto) e sta ora "lavorando per ricostruire il sistema, anche nella zona di Cologna Veneta, per avere la situazione sotto controllo e capire come intervenire nel dettaglio", ha garantito il direttore della sede di Vicenza Vincenzo Restaino.

 

Mentre la Regione Veneto, rappresentata in sala dallo stesso assessore alla Sanità Luca Coletto, è intervenuta presso gli enti gestori imponendo misure di contrasto all'inquinamento (filtri al carbonio nella rete acquedotto) e ottenendo, a fine gennaio 2014, l'applicazione di limiti di legge per tali sostanze da parte dell'Istituto Superiore della Sanità. Proseguirà inoltre l'attività di monitoraggio e lo studio di ulteriori forme di intervento.

 

Serve una campagna di screening epidemiologico sulla popolazione per verificare il livello di incidenza di malattie e tumori a livello locale, hanno chiesto gli organizzatori e i relatori a fine serata, auspicando anche una class action contro chi ha inquinato che coinvolga tutti i comuni interessati.

 

Una sola la domanda dalle fila del pubblico: l'acqua del rubinetto si può bere? Anche il direttore dell'Ulss 20 Massimo Valsecchi non se l'è sentita di tranquillizzare la popolazione con una semplice risposta affermativa.

 

- Grazie a Piergiorgio Boscagin, presidente, e Filippo Gini del circolo Perla Blu
per la collaborazione nella stesura dell'articolo - 

 

 

 

Vota questo articolo
(0 Voti)
Ultima modifica il Martedì, 26 Maggio 2015 20:56

Lascia un commento

Assicurati di aver digitato tutte le informazioni richieste, evidenziate da un asterisco (*). Non è consentito codice HTML.

Segnalazioni

Hai un evento, una buona pratica o una situazione critica da segnalare?

Scrivici a redazione@veronagreen.it

Ti ricontatteremo al più presto per pubblicare un articolo.