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Un altro sistema alimentare, equo e sostenibile

By Novembre 25, 2015 1246 No comment
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Quali cibi produrre? In che modo produrli? In che modo farli giungere al consumatore? Sono queste le variabili fondamentali da considerare per verificare se i cibi con cui ci alimentiamo sono davvero sostenibili. L'articolo conclusivo di Filippo Schillaci per definire uno scenario alternativo all'attuale sistema alimentare.

Dopo l'approfondimento della settimana scorsa sull'elevata impronta ecologica dei cibi più diffusi sulle nostre tavole (vedi link), proviamo ora a identificare le aree su cui agire per ridurre inquinamento ed emissioni del nostro piatto.

 

di Filippo Schillaci

 

La prima domanda da porsi è: le tre variabili elencate all'inizio hanno tutte la medesima importanza o forse qualcuna lo è di più, qualcun'altra di meno?

 

Cominciamo dalla terza che poi, nell'immaginario alternativo, coincide col mito del "cibo a Km zero". È davvero così importante? Se analizziamo le emissioni di gas serra dovute ai vari anelli della catena alimentare otteniamo questi dati:


- Produzione: 83%
- Trasporto materie prime: 11%
- Trasporto finale: 4%.

 

Gran parte dell'impatto ambientale è dunque concentrato nella fase di produzione mentre il trasporto finale ha un ruolo pressoché irrisorio, questo perché la maggior parte dei tragitti vengono percorsi su mezzi a basso impatto quali navi e treni. Concentrare la propria attenzione sul cibo "a Km zero" significa dunque abbattere drasticamente quel 4% di emissioni ma lasciare indisturbato tutto il resto. Significa insomma mancare clamorosamente il bersaglio.

 

Rivolgersi alla produzione "di prossimità" non è sbagliato: è giusto per favorire un rapporto diretto con i produttori, dunque un ruolo attivo delle comunità, è giusto per favorire una rete produttiva a maglie fini, dunque basata sulle piccole aziende; è giusto dunque per ragioni di natura sociale.
È però sbagliata l'equazione "locale uguale sostenibile". Se il cibo è la carne o il formaggio esso è insostenibile a priori, anche se prodotto dietro l'angolo di casa.

 

Distribuzione "di prossimità" è però cosa diversa dal "cibo a Km zero" perché significa rivolgersi al produttore più vicino che rispetta certi criteri di compatibilità ambientale e sociale anche se nel caso di certi prodotti, come gli agrumi o il caffè, la sua distanza può essere tale da non potersi considerare locale. Questa concezione è fra l'altro compatibile con il commercio equo e solidale che copre a volte distanze intercontinentali.

 

Facciamo ora un confronto. Immaginiamo una famiglia di riferimento che effettua i propri consumi alimentari in maniera del tutto convenzionale. A tali consumi corrisponderà una certa quantità di emissioni di gas serra. Immaginiamo ora altre due famiglie. La prima effettua gli stessi consumi della precedente ma ricorrendo solo a cibo locale. In tal modo si avrà un certo abbattimento delle emissioni. La seconda effettua consumi in quantità equivalente alla famiglia di riferimento ma ricorrendo solo a cibi vegetali. Anche in questo caso ci sarà un certo abbattimento di emissioni e sarà otto volte superiore a quello della famiglia "localista". Abbiamo con ciò stabilito una priorità fra due delle nostre variabili. Rimane ora da metterle in relazione alla terza: la modalità di produzione.


Facciamo riferimento al grafico seguente in cui la dieta "normale" seguita oggi in Italia viene messa a confronto con tre diverse diete bilanciate: vegana, vegetariana e onnivora (che differisce dalla "normale" per essere appunto bilanciata e dunque contenere fra l'altro una quantità nettamente inferiore di cibi di origine animale). Ciascuna delle diete bilanciate viene considerata in due versioni: con produzione industriale e biologica. 

tabella-impatto-alimentazione

 

Vediamo che l'impatto maggiore è per la dieta "normale" e che l'impatto diminuisce man mano che si passa a diete con minor apporto di cibi animali. Inoltre per ciascun tipo di dieta, l'impatto minore si ha nella versione biologica.

 

Le diete che rientrano nella fascia di piena sostenibilità sono la vegetariana nella sola versione biologica e la vegana.

 

La variabile che guida la diminuzione dell'impatto ambientale è dunque quella delle scelte alimentari, da orientare verso i cibi vegetali; segue la modalità di produzione, da orientare verso il metodo biologico e infine, per quanto detto prima, la distribuzione che è preferibile sia "di prossimità".

 

Un punto importante è anche che la produzione di cibo si presta più di qualsiasi altro settore alla realizzazione di una rete produttiva a maglie fini, che parta da forme di autoproduzione sia individuali che collettiva (gli orti sociali) e non giunga oltre la dimensione della piccola e media azienda. È uno scenario diffuso, in cui fra l'altro tende a sfumare la divisione, nettissima nel modello industriale, fra produttore e consumatore e in cui si rivaluta il ruolo della relazione comunitaria fra le persone.

 

Questa è dunque nell'immediato presente, per l'Italia e per l'insieme dei paesi industrializzati, la vera "sfida" da vincere (se vogliamo usare un termine caro agli organizzatori dell'Expo 2015 di Milano e, a quanto pare, di questi tempi molto "trendy"): la costruzione di un modello alimentare basato sui cibi vegetali prodotti biologicamente e su piccola scala.

 

Fonti:
- AA.VV., Environmental Impact of Products. Analysis of the life cycle environmental impacts related to the final consumption of the EU-25, European Commission, 2006.
- AAVV, Livestock's long shadow, FAO, 2006.
- C. L. Weber e H. S. Matthews, Food-Miles and the Relative Climate Impacts of Food Choices in the United States, Environmental Science & Technology, Vol. 42, No. 10, 2008.
- M. Tettamanti, L. Baroni e altri, Evaluating the environmental impact of various dietary patterns combined with different food production systems, European Journal of Clinical Nutrition, ottobre 2006.

 

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Ultima modifica il Mercoledì, 25 Novembre 2015 18:23
la Redazione