Cibo, quanto pesa sul pianeta il nostro piatto?

By Novembre 18, 2015 1960 No comment
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A due settimane dalla conclusione dell'Expo di Milano, dedicato all'alimentazione, proviamo a tracciare un quadro basato sull'analisi della nostra realtà alimentare, proviamo cioè a parlare di ciò che l'Expo certamente non ci ha detto: il legame tra ciò che scegliamo di mangiare, inquinamento e riscaldamento globale.

 

di Filippo Schillaci* 

Ho letto di recente un articolo sui cambiamenti climatici: preciso, esatto, denso di dati e fatti assolutamente convincenti. Ma non mi è piaciuto. Non mi è piaciuto perché non ci ho trovato nessuna traccia di me, di te, di noi. Tutta l'attenzione di chi l'ha scritto era concentrata su "loro" che hanno deciso di incrementare le estrazioni di carbone, di aprire nuovi impianti, nuove centrali... loro, sempre e solo loro, ma chi sono "loro"?

 

Nel leggere articoli simili, Sembra che quanto sta avvenendo sulla Terra sia opera di entità distanti, astratte, inconoscibili e irraggiungibili. Di fronte a una simile visione delle cose il fatalismo, la resa, è d'obbligo. E se invece colui che fa tutte queste cose fossi io? E se fosse con ciò nelle mie mani il potere di cambiarle? Ecco, è da questa considerazione che credo sia giusto partire. In altre parole dal concetto di responsabilità personale.

 

Se è vero che il cibo è un bene di primissima necessità, è anche vero che c'è modo e modo di farlo. Un prerequisito fondamentale è mettere ben a fuoco la realtà che ci circonda. È ciò che cercheremo di fare nelle righe che seguono.

 

Dall'industrializzazione il 31% delle emissioni
Poniamoci innanzi tutto la domanda di base: quanto pesa sul pianeta il contenuto del nostro piatto? Una prima idea può darcela uno studio promosso alcuni anni fa dalla Commissione Europea secondo cui al settore agroalimentare sono da imputare il 31% delle emissioni di gas serra in Europa, quasi un terzo. Per confronto, il settore abitativo contribuisce appena per il 24% e quello dei trasporti per il 18%. Il nostro piatto pesa tanto dunque, in realtà più di qualsiasi altra cosa. Ciò è dovuto al sommarsi di due degenerazioni amplificatesi enormemente durante il corso del XX secolo: l'industrializzazione dell'agricoltura e la zootecnia.

 

Agricoltura industriale
Parliamo della prima. «Una cosa deve essere ben chiara» mi scrisse qualche anno fa Giannozzo Pucci, direttore dell'Ecologist italiano, «l'agricoltura oggi è un'industria a cielo aperto, del tutto indistinguibile dall'industria propriamente detta.» Ciò porta con sé numerose conseguenze, la più rilevante delle quali è la sua natura fortemente energivora: essa infatti diventata, come ogni altra attività industriale, dipendente dal petrolio.

 

Ciò potrà avere effetti fortemente traumatici sul sistema mondiale nel momento in cui questa risorsa cesserà di essere disponibile. E questo, per il petrolio, sta per avvenire. Ciò non significa che sta per esaurirsi poiché il momento in cui un sistema basato su una risorsa non rinnovabile entra in crisi non è quello in cui essa si esaurisce bensì quello in cui l'attività produttiva raggiunge il picco, ovvero non riesce più ad aumentare e comincia anzi a diminuire. Quel momento, per il petrolio, è previsto a breve termine.

 

Un sistema reagisce al venir meno della risorsa su cui si basa non modificando se stesso ma cercando dei sostituti che possano consentirgli di procedere immutato. Nel caso del petrolio il sostituto è costituito dai biocarburanti, ovvero da carburanti ricavati da prodotti agricoli quali cereali e soia. C'è però un problema: la produzione di biocarburanti in quantità adeguate a soddisfare una sensibile fetta di fabbisogno dei paesi industrializzati richiede enormi estensioni di terreno agricolo. I biocarburanti rischiano così di diventare diretti concorrenti della produzione di cibo, con ovvio aumento dei prezzi di quest'ultimo. Possiamo facilmente immaginare con quali conseguenze per quella vasta parte dell'umanità per le cui risorse economiche già oggi il cibo è al limite dell'accessibilità.

 

Zootecnia
L'irruzione dei biocarburanti tuttavia non sarà altro che il colpo finale dato a una situazione che già al presente è fortemente iniqua. Solo il 40% della produzione mondiale di cereali è infatti oggi destinata all'alimentazione umana mentre il 34% è destinato agli allevamenti. Entriamo con ciò nella seconda degenerazione: l'espansione abnorme, su scala mondiale, del settore zootecnico.

 

È c'è una differenza fondamentale con l'agricoltura troppo spesso taciuta: la zootecnia è insostenibile in tutte le sue forme, dalle più tradizionali alle più intensive. È errato pertanto parlare dell'impatto ambientale "dell'industria" zootecnica come se le forme non industriali di essa fossero escluse dal discorso.

 

L'allevamento dei ruminanti, che è il più invasivo, oggi costituisce il principale problema planetario: parlando ancora di emissioni di gas serra, la zootecnia è responsabile di quasi un quinto delle emissioni mondiali. Il 70% di tali emissioni è dovuto agli allevamenti basati sulla terra, dunque non industriali, mentre il 91% è scarsamente dipendente dal tipo di allevamento.

 

Dalla fine dell'ultima guerra mondiale, in Italia si è passati da una media di 20 chili di carne all'anno a persona all'assurda quantità di 90 chili, inaccettabile anche da un punto di vista nutrizionale. Per produrre tutto ciò occorrono quantità enormi di acqua e di terreno da destinare a prato o pascolo nel caso dell'allevamento estensivo, a produzione industriale di mangimi nel caso di quello intensivo.
La zootecnia oggi occupa circa un terzo delle terre emerse ed è con ciò l'attività più invasiva praticata dall'uomo. Essa è fra l'altro la prima causa di distruzione delle foreste primarie; l'allevamento di bovini è da solo responsabile per due terzi della deforestazione dell'Amazzonia.

 

Pesca e acquacoltura
Ciò che la zootecnia è sulla terra, la pesca e l'acquacoltura lo sono per il mare. E anch'esse lo sono in tutte le loro forme, non solo nella loro recente evoluzione industriale.

 

Già agli inizi del Novecento si lanciavano allarmi sul depauperamento delle risorse ittiche provocato dalla pesca a strascico che allora veniva praticata con mezzi nulla più che artigianali, del tutto irrisori rispetto a quelli attuali. Ma già quei mezzi erano sufficienti a provocare danni rilevanti.

 

La pesca a strascico è l'equivalente in mare di ciò che la deforestazione è sulla terra e la situazione nei mari è anzi ancora più grave. I metodi di pesca sono oltre tutto essenzialmente non selettivi; ciò significa che per ogni pesce "buono" ne vengono pescati molti altri di nessun valore alimentare o commerciale, che vengono poi ributtati in mare, ovviamente morti, con esiti gravi sugli equilibri delle catene alimentari marine. L'acquacoltura non ha migliorato la situazione perché gran parte delle specie marine allevabili sono carnivore e il loro cibo viene pescato in mare, naturalmente con i metodi sopra detti.

 

Purtroppo un'analisi approfondita del nostro attuale settore alimentare rivela che nel presente poco o nulla si salva. Ma definire uno scenario alternativo, che sia equo e sostenibile, è ancora possibile. 

 

Lo faremo presto in un prossimo articolo. Continuate a seguirci.

 

* Filippo Schillaci è autore del libro "Un pianeta a tavola" ed è stato ospite del nostro Verona Green Festival 2015 (vedi foto).
Nato a Messina nel 1960, dal 1996 vive in un luogo di quasi campagna nei dintorni di Roma, autoproducendo parte del cibo e utilizzando le risorse rinnovabili del luogo (acqua piovana, energia solare).
Si occupa di problematiche ambientali, decrescita e antispecismo, ovvero dell'insieme dei disastri provocati dallo zampettare umano nella biosfera. Interesse particolare di questi ultimi anni: l'impatto ambientale dell'alimentazione; degli anni passati: i danni sociali dell'attività venatoria.
Negli ultimi anni ha sviluppato forme di interazione fra l'immagine fotografica e altre forme di espressione audiovisiva e testuale, con forte attenzione al contesto ambientale. Attualmente sta lavorando ad un libro su Andrej Tarkovskij.

 

 

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Ultima modifica il Mercoledì, 18 Novembre 2015 15:39

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