Mercoledì, 05 Aprile 2017 18:24

Decrescita Felice e sovescio dello spirito, piccola guida pratica

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Nella moderna società “civilizzata” , fin da bambini, la nostra spiritualità viene deliberatamente incrostata dal materialismo e produttivismo esasperato, che progressivamente ne riduce la sensibilità. Ma per mantenere il benessere spirituale può risultare fondamentale - come in agricoltura - praticare periodicamente il “sovescio”. Vediamo come.

 

di Gianfranco Di Caro, presidente Movimento per la Decrescita Felice di Verona

 

SOVESCIO (dall’Enciclopedia Treccani)
Pratica agraria che consiste nel concimare un terreno sotterrandovi piante o parti di esse allo stato fresco; a tal fine si impiegano materiali vegetali cresciuti o appositamente seminati sul posto, mentre si dice concimazione verde quella effettuata con piante verdi coltivate e raccolte in altro luogo. La sua azione predominante è dovuta alla sostanza organica, con tutti gli effetti che questa, a somiglianza di quella del letame, svolge sulle caratteristiche fisiche del suolo.

 

Per mantenere attiva, vigorosa ed “elastica” la spiritualità, come qualsiasi parte del nostro corpo, cervello compreso, dobbiamo mantenerla in esercizio e darle il corretto “nutrimento”.
Insomma dovremmo fare una sorta di “sovescio” dello spirito.

 

Ma oggi poco o nulla viene fatto perché questa capacità di accettare l’immateriale venga stimolata e resa fertile o quantomeno preservata. Anzi spesso viene indirizzata verso una religiosità dogmatica, quale unica espressione della stessa.


Quasi tutte le espressioni come i sentimenti, l’arte in genere, l’oziosa contemplazione, non sono apprezzate nella società moderna quale “concime” necessario a rendere le nostre vite più feconde e rigogliose.

 

Al contrario veniamo spinti, nell’ottica propria delle coltivazioni intensive, a nutrire o meglio drogare esclusivamente ciò che vediamo fuori dalla terra, ovvero solo ciò che appare e si può toccare deve essere di conforto; ci si dimentica invece di alimentare quel substrato di “bio” che fortifichi le radici e l’essenza delle nostre vite.

 

Ogni capacità spirituale di vibrare all’unisono con ciò che ci circonda viene svilito, anestetizzato con un progressivo irrigidimento fino alla completa e cinica sclerotizzazione, ed infine alla morte (sterile anche quella).

 

Le difficili prove a cui la vita stessa ci sottopone, come il dolore fisico o la perdita di affetti relazionali, amorosi, familiari e quant’altro, sono difficili da superare se abbiamo come unico sostegno solo una visione economico-materialistica. Senza spiritualità, perdiamo gran parte di quella capacità di adattarci e non soccombere davanti a questi eventi, anzi farli diventare “bagaglio” e non “fardello”.
Qualcuno la chiama anche “resilienza”.

 

Tuttavia, oggi che il “dio” crescita economica regna sovrano e il concetto di “apparire per essere” e la velocità sono pratiche usuali, coltivare la spiritualità può sembrare impresa impossibile.


Invece è nella quotidianità che possiamo ritrovare tutta una serie di piccole “palestre” per tentare di scrollare quelle incrostazioni che rendono la nostra anima rigida, e quindi tornare a “vibrare”.


Il più delle volte proprio i nostri sensi fisici, se usati come percettori, ci permettono di amplificare il contatto con tutta l’energia che ci circonda.


Un piccolo trucco che tutti possiamo adottare è ricominciare a praticare la lentezza.
Anche un deserto, se bagnato dalla pioggia, può tornare a fiorire.

 

 

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